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Sono passati ben 30 anni da quando il fisico britannico Sir Tim Berners mise in opera il suo progetto di connettere tramite computer i suoi colleghi in giro per il mondo. Primo di questo evento si sapeva che all’interno di grosse aziende le “macchine” già dialogavano fra reti private ma nessuno si sarebbe immaginato dove saremo arrivati oggi. Macchine volanti? Metropolis? Ma va, mezzo pianeta connesso, sempre, in modo illimitato. Questa onnipresenza inquietante ha certamente cambiatole nostre abitudini quotidiane e dato una vera svolta nell’ accelerazione verso un mondo sempre più tecnologico ma a livello di design, di stile e di creatività abbiamo riscontrato dei benefici? L’avvento dei computer e rispettivi macchinari a controllo numerico hanno reso l’inimmaginabile alla portata di tutti e successivamente con la facoltà di stampare in 3D di realizzare geometrie al di fuori delle nostre capacita’ manuali. Un designer che ha saputo sfruttare molto bene questa tecnologia e ha guardato subito nella direzione giusta, ovvero verso l’Asia, e’ stato Ron Arad. A seguire i vari Marc Newson, lo stesso Phillip Starck ed una sfilza di soliti noti. Il vero beneficio tratto da chi usufruisce la “rete” per fini legati al design e’, a mio avviso, riassumibile in una questione molto semplicemente legata alle tempistiche. A realizzare i progetti da soli ci si impiega molto più tempo con dei risultati molte volte non soddisfacenti. Sfruttando la rete globale come se fosse un banale martello si riescono ad ottenere risultati molto più rapidamente e con nuove scoperte ad ogni occasione. Ci dobbiamo pero’ distanziare da quello che oggi molti con-fondo per essere connessi “online”, ovvero i famigerati “social”. Il fatto di scambiare velocemente fotografie ed opinioni al mondo del design poco serve se non a rendere lo stile molto omogeneo e sfortunatamente prevedibile. Se abbandoniamo il potenziale della rete di metterci in contatto con il resto del mondo ed iniziamo ad utilizzarlo per creare un canale di comunicazione preferenziale che serve solo ad alimentare la nostra autostima, senza accorgersene, entriamo presto in una trappola dalla quale e’ molto difficile liberarsi.Un esempio che mi viene in mente e’ l’esperimento di Max Hawkins il quale nel 2016 quando, stufo della sua vita quasi perfetta come dipendente Google, decide di utilizzare Face-book in modo diametralmente opposto; inizio’ ad andare ad eventi organizzati nel social in modo completamente casuale.Per due anni lo fece ed il risultato fu straordinario. Oggi ha svariate applicazioni e gruppi che vivono lo stile di vita, passatemi il termine, “randomizzato”. Mi chiedo se questo si può applicare per il design? I vari “bot” che disegnano autonoma-mente fanno delle vere ciofeche insieme alla bioarchitettura e le cose lasciate ad un algoritmo che dovrebbe sostituire lo sforzo umano, quando per sforzo si intende sforzo mentale e non fisico ovviamente. Il nostro futuro e’ imprevedibile o almeno spero che rimanga cosi. La tecnologia ci verra’ sempre in aiuto insieme alla capacita’ di relazionarci con il resto del mondo avvalendoci di conoscenze e dati alla portata di un gesto semplice sullo schermo, per tutto il resto dobbiamo contare sulla nostra sensibilità e grande intuizione. Non esiste rete o applicazione che tenga. Diamo spazio alle idee.

By Giovanna Repossi

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