Tema Centrale

In fuga per raccontare

Ci eravamo incontrati l’ultima volta su un campo di gara. Riccardo, giovane cronista sportivo, seguiva il Mondiale Offshore per La Gazzetta dello Sport, io quel titolo cercavo di vincerlo. Era un giornalista atipico per quell’ambiente, ancora un po’ ingenuo ma appassionato. Forse proprio quei viaggi col circo degli offshore gli hanno fatto scoprire la sua voglia di spaziare. Non a caso la sua prima vacanza, l’ha spesa per scappare a Sarajevo, la città assediata durante la guerra di Yugoslavia. Lo sport non gli bastava più. Ha lasciato la Gazzetta, si è trasferito a New York. L’ho ritrovato 25 anni dopo su Instagram grazie alle sue foto suggestive e potenti. 

Così abbiamo riannodato la nostra storia. 

Da allora Riccardo Romani ha messo in pausa il giornalismo per dedicarsi ai documentari. E’ vocazione scoperta per strada, una scelta che lo ha portato ad affiancare il premio Oscar Alfonso Cuaròn con il quale sta lavorando a un film sulla vita di Howard Bingham, l’amico e fotografo personale di Muhammad Ali. Non capita spesso che un italiano sia a capo di un progetto del genere. Ma andiamo per ordine. 

Come si arriva a lavorare con un Premio Oscar dopo essere partiti dalla Formula Uno del mare? 

Quando ho lasciato lo stipendio sicuro a Milano per trasferirmi a New York a fare il free lance, non lo immaginavo certo. In quegli anni l’unico obiettivo era a pagare l’affitto facendo quello che amavo di più, i reportage. Ho sempre ascoltato il mio istinto facendo quello che desideravo, ho avuto la fortuna di una famiglia che mi ha sempre sostenuto, il resto me lo sono guadagnato sul campo. 

Qual è stato il momento della svolta? 

Non sono ancora sicuro di aver fatto la scelta giusta, forse questo è il segreto. Direi però che i momenti chiave sono due. Il primo, tragico, è l’11 settembre. In quella fase dolorosa ho fatto un salto professionale enorme. Ho iniziato a lavorare per la tv e a viaggiare sul serio. Iraq, Afghanistan ma anche Somalia e tanto Sudamerica. Ho lavorato praticamente per tutti. Dove c’era una storia, andavo. Il secondo momento è il mio incontro con Alfonso Cuarón. Lui si era innamorato di una mia amica che poi ha sposato. Abbiamo iniziato a frequentarci. Quando ha scoperto quel che facevo, mi ha coinvolto in un progetto legato al suo film “I figli dell’uomo”. Un documentario sui guasti del pianeta. Rifugiati, cambiamenti climatici, disuguaglianze… Nel 2006 sembravano temi noiosi… E li la mia vita è cambiata. 

La passione per la fotografia era arrivata prima però. 

Più che una passione era un’esigenza. Il pezzo scritto era pagato meno delle fotografie. Dovevo fare di necessità virtù. Così mi sono messo a studiare. Col tempo ho imparato ad amarla. Così come ho colto le potenzialità dell’immagine in senso televisivo. Grazie a Sky, per cui ho lavorato oltre dieci anni, ho avuto modo di realizzare documentari di cui vado orgoglioso. 

Perché hai deciso di lasciare il giornalismo? 

È il giornalismo che ha abbandonato me. Lo scenario attuale dei media italiani non si adatta al tipo di reportage che amo. Nessuno investe più. Prevale un concetto di giornalismo a basso costo e scarsa qualità. All’estero non è così. E comunque per fare buoni documentari devi prima essere un bravo giornalista. 

Scegli temi sempre a sfondo sociale? 

Non è una scelta consapevole. Prima di tutto mi colpiscono le storie delle persone che sono molto più avvincenti di tante fiction. E poi viviamo in un contesto storico che offre spunti per racconti che abbiano un impatto anche sociale. 

Lavorare a Hollywood è tanto diverso rispetto all’Italia? 

Lavorare nei documentari negli Usa in genere è molto gratificante. Farlo a questo livello è stupendo. Ma per il futuro ho a cuore un progetto che mi riporterà a casa. 

Di cosa si tratta? 

Un documentario sull’immigrazione e sul concetto di integrazione in collaborazione con il network Orange Table di Milano. Vorrei raccontare con un film una realtà della quale noi europei – e non solo – abbiamo una percezione totalmente sbagliata. La cosa più bella alla fine della proiezione è quando il pubblico ti ringrazia dicendo: “Non avrei mai creduto che le cose stessero così”. Ecco, c’è un gran bisogno di capire come stanno le cose davvero. 

 By Giovanna Repossi

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