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Renato Doney e la sua scelta d’amore

Di origini austriache, nato e vissuto in centro Italia, dopo gli studi di economia e di musica inizia la sua carriera artistica a Roma come cantante crooner vincendo nel 1956 il premio “migliore cantante dell’anno” della RAI Radiotelevisione Italiana conferito dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. 

Si aggiudica lo stesso premio nel 1957 e costituisce un complesso musicale che immediatamente è chiamato ad esibirsi nei migliori locali romani dell’epoca, per lo più situati in zona Via Veneto, tra cui l’Harry’s bar e il Caffè Doney, il primo passato alla storia per aver ospitato in più di un’occasione Frank Sinatra, che intratteneva i clienti del bar suonando al pianoforte, l’altro spesso frequentato da personaggi del calibro di Federico Fellini e Vincenzo Cardarelli, oltre che da intellettuali, attori, vip, personaggi in cerca di notorietà, il tutto immortalato dalle macchine fotografiche dei paparazzi. 

Siamo nei mitici anni Sessanta, in cui Via Veneto viene ribattezzata come la via del cinema, grazie al film “La Dolce Vita” di Fellini, luogo preferito dai più grandi attori americani di quel periodo, tra cui Elizabeth Taylor, Burt Lancaster e Ava Gardner. 

Renato Doney, con il suo gruppo, si esibisce con grande successo in serate musicali romane indimenticabili insieme ad artisti del calibro di Chet Baker, Giorgio Bracardi, Fred Bongusto, Nicola Arigliano e tanti altri. 

Dal 1961 al 1963 esegue performance musicali a Firenze, Milano e in Germania in varie città. Nel 1964 è chiamato ad esibirsi a Tunisi, in Africa, nell’occasione dell’inaugurazione istituzionale di alcuni alberghi cinque stelle lusso sulla costa del mediterraneo alla presenza dell’allora presidente della Repubblica Tunisina, Habib Bourghiba, conseguendo vari prestigiosi riconoscimenti e guadagnando un contratto milionario per una tournée di due anni in Libano, che poi non sarebbe mai avvenuta. Infatti, nel settembre del 1964 torna a Roma per partecipare al matrimonio della sorella Teresa, e in quell’occasione rincontra, dopo più di vent’anni, la lontana cugina Olga Maria Vitocco, anch’essa tra gli invitati alla cerimonia nuziale. 

Tra i due nasce immediatamente un amore profondo, una passione quasi incontrollabile, al punto che Renato Doney lascia la sua carriera artistica, con inziale disapprovazione da parte di parenti e amici, e convola a nozze a gennaio del 1965 con la sua amata Olga Maria, iniziando un’attività imprenditoriale nel settore automobilistico.

Si dedica alla famiglia in maniera totale, e il “grande amore” diventa il leitmotiv di tutta la sua esistenza, per lui è impensabile separarsi dalla sua amata per viaggi collegati alla sua carriera artistica, i quali lo porterebbero lontano dalla famiglia anche per anni. 

Da questa unione nascono Marco Eugenio Di Giandomenico (1965), noto scrittore, critico e curatore artistico, docente all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, e Francesca Di Giandomenico, medico chirurgo. 

Olga Maria si ammala di un male incurabile nel 1994 e per quasi diciotto anni lui la accudisce con dedizione estrema fino alla morte che avviene nel 2012.

Il figlio Marco Eugenio nel 2016 concepisce e organizza a Milano, presso il teatro La Triennale, con la Civica Jazz Band diretta da Enrico Intra, uno spettacolo dal titolo “Pensando ai Blues Brothers, da Count Basie a James Brown”, nell’occasione e in overture del Musical Blues Brothers, diretto da Chiara Noschese. 

Renato Doney, a ottantadue anni compiuti, dopo più di mezzo secolo, torna sul palcoscenico eseguendo alcuni pezzi classici, con una linea vocale intatta, un mix tra Tony Bennett e Frank Sinatra, con toni quasi confidenziali, a mo’ di un crooner della migliore tradizione statunitense. Riscuote un grande successo di critica e di pubblico. Per lui è l’ultimo canto del cigno, una sorta di conclusione di una vita bellissima, dedicata a un amore scomparso prematuramente. Nel 2020 Renato Doney si ammala di Covid e dopo cinque mesi di calvario terapeutico, finisce i suoi giorni il 22 marzo del 2021. Poco prima di morire afferma che vuole ricongiungersi con Olga Maria, il suo grande amore di una vita. Una storia che vale la pena di raccontare in un’epoca in cui tanti valori si scolorano e in cui lo “straordinario” può solo trovarsi in meravigliose “vite ordinarie”. 

 

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