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A cena con D’Annunzio

L’inesauribile vena poetica e la sua fine prosa, ci restituiscono a 83 anni dalla scomparsa, un patrimonio inestimabile di opere, scritti e progetti, che da decenni sono oggetto di ricerche da parte degli studiosi. Si aggiungono numerosissimi carteggi intrattenuti con un’umanità varia di intellettuali, compositori, politici, commilitoni, editori e amanti fascinose (a Olga Brunner Levi, il Vate invierà in due anni oltre 1200 lettere a cui lei risponderà 875 volte), mentre il tempo scandisce inesorabile le età della vita.

Dettagli inediti che ci rivelano la vita e la tavola del poeta, che passava per essere parco a tavola e astemio, ed emerge, in particolare negli anni del Vittoriale, un rapporto controverso con il cibo.

Pur non dandolo a vedere, D’Annunzio è goloso, a tratti vorace, ma poi si dimostra inappetente e come usava dire, ‘aquatile’, alternando piatti luculliani a diete drastiche, vissute spesse volte in solitudine.

E’ un lavoratore infaticabile, ma quando non ci sono ospiti, mangia da solo e non di rado cena prima di partecipare agli eventi per potersi concentrare sul gentil sesso e sulle relazioni, salvo poi dedicarsi in modo maniacale alla mise en place della tavola, indicando con il suo impeccabile senso estetico, la scelta di tovaglie, stoviglie e suppellettili.

Memorabile il rapporto con la cuoca Albina Becevello, assunta durante il periodo della Casetta rossa a Venezia nel 1916, poi in forza al Vittoriale a capo della cucina. In quasi vent’anni D’Annunzio le invierà decine e decine di biglietti e missive, scritti con affetto e ironia, senza secondi fini, piccoli capolavori letterari per richiederle a tutte le ore del giorno e della notte mangiarini sopraffini, mentre si intrattiene con l’amante di turno.

Un tripudio di piatti succulenti, tra cui i cannelloni: ‘Bisogna che tu abbia cannelloni pronti in ogni ora del giorno e della notte.’, il ‘risotto alla milanese sublime’, il risotto alle rose, gli spaghetti alla chitarra tipici abruzzesi.

Tra i secondi il ‘pallido polpettone’, le frittate, l’uovo sodo spalmato con salsa di acciughe, ‘le cotolette ben battute’, ma anche vitello freddo con salsa, costolette di vitello, bistecca alla fiorentina, selvaggina, di cui andava ghiotto fin da ragazzo, per finire con ‘le patatine croccanti della cara Albina’, i frutti di mare, i crostacei, ma non le polpette o ‘pallottole d’Abruzzo’ per cui provava da sempre, una perniciosa idiosincrasia.

E sul fronte dei dolci?

Altrettanta perizia ed estro vengono profuse dalla cuoca veneta, nel preparare: la ‘bianca panna velata dalle castagne’ del Montblanc, il ‘gelato di crema scismatica’, il croccante, i biscotti inglesi, i ‘biscotti dell’Albina, dolci e salati’ preparati dalla ‘più grande biscottaia del mondo biscotto’, i bignè e non ultima la frutta, senza dimenticare ciò che giungeva a Gardone spedito dai suoi amici, come la cioccolata, il Parrozzo, i cioccolatini Perugina, Majani, Fiat, i marrons glacès.

Notizie intime sul Vate più segreto, che arrivano a noi da volume: ‘Gabriele D’Annunzio e la gastronomia della memoria’ di Enrico Di Carlo (Verdone Editore), che insieme a ‘La cuoca di D’Annunzio’ (Utet), di Maddalena Santeroni e Donatella Miliani, ci descrivono dettagliatamente le preferenze culinarie di uno dei più grandi poeti italiani, magari da riscoprire, proprio mettendosi ai fornelli.

By Luca Bonacini

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