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“ATTIRERÒ TUTTI A ME” critica a cura di Stefania Salvatore e Pietro Ernesto Malgarini

Gv.12,32 – Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me.

«Si tratta di sapere se la vista è un’esperienza del primo tipo, vale a dire che ha a che fare, come spesso si crede, con ciò che sta di fronte, là dove dipingo, disegno, vedo ciò che è qui davanti a me, oppure se la vista ha a che fare, appunto, con l’invisibilità, o con una visibilità che non si pone nell’oggettività o nella soggettività […] la possibilità essenziale del visibile, non è visibile» (Derrida 2016, 91-92)

“Attirerò tutti a me” è il titolo della mostra ospitata nello splendido Battistero Romanico di Agrate, curata da Stefania Salvatore.

Gli autori di questa esperienza visiva d’arte contemporanea, Paolo Manazza e Federico Guida, sembrerebbero invogliare il visitatore verso una fuga lontano dal tempo assordante della modernità che si consuma in uno spazio asfittico.

In verità, tutto muta, tutto si rovescia davanti a una Croce, quasi fossimo travolti da una nostalgia di ritorno alla realtà delle cose e delle umane vicende per ciò che sono e non per ciò che vorremmo che fossero.

La “nostalgia della Croce” non è da confondersi con “la patria si bella e perduta” del Nabucco. Non è poesia e nemmeno sentimento né tantomeno quel desiderio di tornare in un luogo e in un tempo ma è bensì desiderio di vivere nell’oggi, nello stesso luogo e nello stesso tempo. Prende così forma il luogo del Calvario dove sta la croce in tutta la sua drammaticità e il sepolcro vuoto che crea attimi di sgomento cosicché verso il Crocifisso e verso il Risorto deve rivolgersi ogni nostro desiderio. Egli è il totalmente desiderabile.

Paolo Manazza e Federico Guida ci propongono con i loro lavori uno spazio di riflessione immanente e allo stesso tempo necessariamente trascendente. È un modo anzi è il modo sempre antico e sempre nuovo di tornare a una rappresentazione attraverso immagini che abbiano senso e significato. D’altra parte in questo scorcio di secolo, in questo inizio di millennio, che lo vogliamo o no, dobbiamo ammettere che l’intera umanità potrebbe essere rappresentata da una parte sul Calvario intorno alla Croce, dove la folla contemporaneamente guarda al Crocefisso e dall’altra a Maria, [L]a disvelante il significato e il compimento della fede, della speranza, della carità! Quest’ultima, la Carità, è la Luce eterna promessa che ci sorregge.

A tal proposito Paolo Manazza nella sua ricerca artistica vuole esprimere il senso e il significato delle quattro opere astratte esposte intitolate: “The exit to Eden”, “Revolution is Revelation”, “Dance for Revelation”, “The Revelation of the Holy Cross”. Queste parole dell’autore aiutano meglio a cogliere il senso e il significato delle stesse opere: “nell’epoca contemporanea il termine astrazione ha dimenticato il suo originario significato. Esso deriva dal tardo latino medievale ed è composto da: “Abs” che indica separazione e “Trahere” ossia trarre. L’opera pittorica e la croce hanno questo in comune. Desiderano trarre verso di sé chi guarda. Ma entrambi hanno davanti una platea di ciechi” […].

Nondimeno, la raffigurazione delle due madonne con bambino, dal titolo Mary’s finger, dell’artista Federico Guida richiamano tanto al mistero dell’incarnazione quanto al mistero della morte e della resurrezione di Cristo. Lo stesso autore sottolinea l’aspetto di queste due madonne e i colori cromatici, affermando che “scrivono” di: “due immagini, due icone rosso sangue (dipinte) di rosso come la passione di Cristo, quasi a volerne indicare “intenzionalmente” un presagio, un segno premonitore di quello che accadrà e che a tutti appartiene, la sofferenza in vita è un tragico epilogo di ineluttabilità della morte…il dito di una madre che si incarna nell’ombelico del proprio figlio, un cordone ombelicale mai reciso, da lì tutti nasciamo e lì tutti moriamo […].

I dipinti delle Mary’s finger rimandano ad un commento al testo della Prima lettera di Giovanni: «La beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata; e finalmente, dallo stesso Cristo Gesù morente in croce fu data come madre al discepolo con queste parole: “Donna, ecco il tuo figlio”(cfr. 1 Gv 19,26-27).

A compimento della presentazione di questa produzione artistica occorre sottolineare la scelta di questo luogo sacro, voluta dai due artisti. Il Battistero di Agrate, che ospita la mostra, è di particolare significato religioso e spirituale. Esso è fonte viva dove ha inizio la nuova vita del cristiano, che spalanca le porte alla storia della salvezza in ragione della quale a ogni donna e a ogni uomo è donato il compito di viverla nella consapevolezza della morte e della resurrezione di Cristo: “Et Veritas liberavit vos” (Gv. VIII).

L’intenzione rivolta ai fruitori di questa mostra è di voler essere segno di consapevolezza del dolore unito a una Luce che non conosce tramonto. Questa consapevolezza e questa speranza, rappresenta il quotidiano vivere dell’umanità intera, dove Cristo lo incontriamo nella gioia e nel dolore. Le madonne qui dipinte ci presentano il bambino Gesù che, divenuto adulto, lascerà le braccia di sua madre perché le Sacre Scritture abbiano ad adempiersi. Lo stesso corpo adulto ritornerà tra le braccia di Maria per essere poi pietosamente riposto nel sepolcro da dove al terzo giorno emanerà la Luce della Resurrezione.

Senza discontinuità, le parole di Paolo Manazza pronunciate nel colore dei quadri pongono degli interrogativi: “Aprire lo sguardo, riconoscere la grammatica e la sintassi dei colori e delle forme, accompagna lo spettatore -di questa piccola ma intensa esposizione- verso la domanda: che significa la Croce? Nei due dipinti grandi (“The exit to Eden”, “Revolution is Revelation”) l’intreccio delle velature cromatiche sovrapposte riflettono i bagliori della Luce nel porsi questa domanda. La composizione formata da tanti quadri di formato piccolo (“Dance for Revelation”) rimanda al concetto di danzare al cospetto di tale Rivelazione. La terza opera singola (The Revelation of the Holy Cross”), incorniciata, rappresenta il mio stupore dinnanzi al dis-velamento della Santa Croce nel suo vero significato. In fondo la Teologia spalanca la visione delle stelle. E la pittura ne amplifica il suono”.

Tale senso richiama anche le parole espresse da San Paolo nella prima lettera ai Corinzi, capitolo 8, versetto 12, secondo cui: “ora vediamo come in uno specchio in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco il modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

Da un punto di vista squisitamente artistico, le linee, i tratti, la potenza dei colori, di questi lavori, ispirano, senza forzature, al pensiero del filosofo francese Jacques Derrida, che: “Interrogato sulla questione della bellezza, afferma: Noi parliamo di bellezza davanti a una cosa che è allo stesso tempo desiderabile e inaccessibile, una cosa che mi parla, che mi chiama, che mi dice anche che è inaccessibile. E «inaccessibile» significa che l’opera d’arte, possedendo «un effetto di trascendenza», non è mai esauribile, per cui la bellezza può essere definita come «un gioioso lavoro di lutto» (PNV 60)5, un qualcosa che, risvegliando il mio desiderio, mi dice: «Tu non mi consumerai!». Toccando i rapporti che corrono tra il visibile e l’invisibile, Derrida rinvia al suo testo, […] Memorie di cieco, dove configura il secondo come ciò che non sta per il contrario puro e semplice della visione. Qui, a proposito del disegnatore o del pittore, leggiamo, infatti, che egli «è cieco». In quanto tale e nel momento in cui si compie, l’operazione del disegnare avrebbe qualcosa a che vedere con l’accecamento. (Consecutio temporum, rivista critica della postmodernità, n° 12, febbraio 2018, vedere l’irrappresentabile. Derrida sulle arti del visibile, Giuseppe D’Acunto).

La cecità derridiana di cui abbiamo accennato a ben vedere rimanda a un’immagine che possiamo definire “artistica”, la quale rappresenta la realtà del cieco nato il cui episodio è raccontato nel Vangelo di Giovanni (9,35-41): Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane».

Tutto ciò invita ad aprire lo sguardo per cancellare una moderna o post-moderna cecità schiacciata su se stessa, frutto di un individualismo e di un protagonismo che alcune volte sfocia in un drammatico delirio di onnipotenza. Questo “quadro” evangelico della guarigione del cieco nato ci sollecita a comprendere che il cieco nato da Gesù guarito ha aperto sì gli occhi alla luce della realtà del mondo, ma ha saputo altrettanto andare oltre le apparenze davanti alle parole pronunciate da Gesù: Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». 

L’arte in generale porta in sé quest’aura di interesse e di attenzione ad ampio respiro, creando nell’animo umano la capacità di poter ri-tornare incessantemente, in ogni tempo e in ogni luogo, sperimentando così “la miseria e la grandezza dell’uomo” (Pascal). In particolare, l’arte sacra, attraverso la sua fenomenologia ed epistemologia, fa comprendere quanto l’umanità intera debba fare uno sforzo di ricollocazione su un più alto piano gerarchico dell’oggetto delle sue attenzioni affinchè abbia in prima istanza la possibilità di poter essere guarita dalla sordità e cecità:

Ecco, eri dentro di me tu, e io fuori: fuori di me ti cercavo, e informe nella mia irruenza mi gettavo su queste belle forme che tu hai dato alle cose. Eri con me, io non ero con te. Le cose mi tenevano lontano, le cose che non ci sarebbero se non fossero in te. Mi hai chiamato, e il tuo grido ha lacerato la mia sordità; hai lanciato segnali di luce e il tuo splendore ha fugato la mia cecità, ti sei effuso in essenza fragrante e ti ho aspirato e mi manca il respiro se mi manchi, ho conosciuto il tuo sapore e ora ho fame e sete, mi hai sfiorato e mi sono incendiato per la tua pace- (S. Agostino, Le Confessioni, X, 27, 38).

By Giovanna Repossi

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