Artroom

Filosofia di vita

Pittura, poesia, musica

All’età di 4 anni frequenta il Laboratorio Bruno Munaripresso Beba Restelli. Grazie a questa esperienza si avvicina all’uso creativo di materiali differenti: garze, veline,sabbia, sassi, stoffe… realizzando “sculture da viaggio”, “libri illeggibili”, “proiezioni dirette”.

Sono soprattutto queste ultime a ritornare nel lavoro dell’artista: le diapositive, le cui immagini sono date dalla sovrapposizione di veline colorate inserite all’interno del telaietto della diapositiva, vengono proiettate sul muro rivelando forme astratte legate al mondo immaginifico dei bambini; le ombre e le trasparenze di queste veline impalpabili e aeree torneranno in quello che l’artista chiama “astrattismo atmosferico”.

Si avvicina alla musica e riceve in regalo dal suo papà un pianoforte a cui è ancora fortemente legata.

Dalla passione per la musica deriverà il lavoro sul brano musicale La Cathédrale Englouti e di Claude Debussy: 5 opere realizzate con colori a olio su specchio verniciato nero che rappresentano le diverse ore del giorno, in cui si ode il suono delle campane di una fantasmatica cattedrale bretone inghiottita dal mare.

La narrazione musicale degli specchi viene successivamente impressa su fogli di carta. Nel frattempo nasce la passione per la scrittura: Silvia ama raccontare e inventare storie.

Tra i 9 e i 10 anni, a seguito di un concerto (Antonio Ballista pianoforte e Gemma Bertagnoli voce soprano) di musiche di Rossini in una sera tempestosa presso Castel Prösels, scrive, illustra e rilega a mano con carta riciclata colorata una piccola collana di racconti gialli. Da questo momento la scrittura rappresenterà per lei la più sentita forma di espressione e successivamente, durante i primi annidi università, pubblicherà un romanzo di formazione.

Oggi scrive testi sul lavoro del padre artista e articoli di critica d’arte per la rivista Artslife.

Amante della letteratura e della poesia, frequenta il Liceo Classico e la sua tesi di maturità esprime totalmente la sua personalità umana e artistica. Filantropia è il titolo di questo lavoro che spazia dalla tragedia greca alla scultura di Alberto Giacometti e rivela l’amore per l’essere umano nelle sue fragilità e nelle sue grandi potenzialità.

A seguito di questo percorso di studi, la duplice scelta di compiere una significativa esperienza di volontariato in Romania e di iscriversi alla facoltà di Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Milano.

Durante gli anni universitari si appassiona alla filosofia estetica e alla letteratura russa: scrive la tesi triennale dal titolo L’Estetica del sottosuolo, dedicata all’interpretazione del filosofo Cantoni dell’opera di Dostoevskij.

Ma sarà la tesi della laurea specialistica a segnare maggiormente il suo percorso creativo, il lavoro, dal titolo ”Un colore solo”. Poetiche del monocromatismo, mette in luce uno dei temi a lei più cari: il monocromo come luogo di massima concentrazione del pensiero.

Al termine del percorso di laurea, partecipa al Bando Mae Crui (Ministero degli Affari Esteri – Conferenza dei Rettori delle Università italiane) e compie un’interessante esperienza di stage presso l’Istituto Italiano di Cultura di Chicago. L’architettura di questa città la affascina e la coinvolge profonda-mente tanto da pensare ad un progetto intitolato Architetture del pensiero, ancora in via di elaborazione.

Al suo ritorno a Milano comincia ad intraprendere la professione di insegnante di Lettere, inizialmente presso un liceo artistico, inseguito nella scuola media.

Ancora oggi l’insegnamento, presso l’Istituto Leone XIII, rappresenta una parte importante della sua vita. Il suo percorso artistico è accompagnato dalla lettura appassionata dei testi del filosofo Gaston Bachelard (in modo particolare La poetica dello spazio, La poetica della rêverie, La psicanalisi dell’aria e La psicanalisi delle acque) e dello scrittore Massimo Bontempelli, il cui realismo magico de La scacchiera davanti allo specchio la condurrà ad una profonda riflessione artistica.

Proprio l’incontro con Bachelard arricchisce il tema de “l’uomo socchiuso”, tema che era già in nuce dai tempi del liceo nella riflessione sulla filantropia e nel periodo degli studi universitari, quando l’artista si accosta al tema del sottosuolo dostoevskiano, evidenziando l’esistenza ferita dell’essere umano.

“L’uomo socchiuso” rappresenta il culmine di una complessa riflessione sul tema dell’idea di immagine a partire dal lavoro ”sull’immobilità vissuta” attraverso gli specchi. L’ultimo lavoro dell’artista si incentra su un lento processo di decostruzione alla ricerca dell’essenza dell’essere. Nascono grandi veline e le prime opere su lastra di acciaio corten che richiamano l’essenzialità poetica di Barnett Newmann, artista da lei molto amato.

L’accostamento tra leggerezza e pesantezza dei materiali rivela come la leggerezza celeste scaturisca sempre dalla pesantezza terrestre.

L’intero percorso artistico è accompagnato da una costante riflessione fotografica, realizzata dall’artista stessa, incentrata in modo particolare sui dettagli delle opere, poiché – seguendo la lezione di Gaston Bachelard – è nei particolari che si rivela l’immensità.Fortemente convinta della totale autonomia dell’opera d’arte rispetto all’artista che l’ha creata, Silvia Ciaccio si limita a lasciare una semplice impronta della sua esistenza nelle iniziali del suo nome (S.C.) scritte in matita con un tratto leggerissimo, quasi per paura di interferire con la vita della sua opera.

Ne scaturisce il paradosso di una firma anonima che segna inevitabilmente la distanza dall’opera d’arte.

Un commento

  • Paola Formenti

    Un bellissimo profilo di questa mia amica in cui vita e arte si fondono profondamente.
    Molto contenta di averla letta su questa rivista cui ho contribuito con una riflessione sulla Biennale di Venezia.

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